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IL PRIMO DOCUMENTARIO SULL'ARTISTA JAZZ ITALIANO VINCITORE
DEL PRESTIGIOSO EUROPEAN JAZZ PRIZE
E AUTORE DEL SUCCESSO DISCOGRAFICO del 2007 "BOLLANI CARIOCA"
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Definire Stefano Bollani il pianista Jazz italiano più conosciuto al mondo ed il musicista tra i più premiati per virtuosismo e sensibilità è limitare lo sguardo al centro dell'inquadratura, facile da seguire, ma banalmente esplicativa, quando di quinta scorre tutto un mondo di esperienze e collaborazioni, mondo che Stefano Bollani esplora con curiosità indomita. Oltre al grande talento di esecutore, il personaggio interessa per come avvicina il pubblico, per come sa essere entertainer divertente e compositore raffinato, oltre ad una competenza e conoscenza straordinarie della musica in senso generale. Proprio per questi motivi, penso che questo mio documentario sia una finestra aperta sulla vita di un performer italiano tra i più importanti ed originali nel mondo della musica contemporanea e rappresenti, in minima parte, l'espressione di grande dedizione e amore che Stefano Bollani ha per il suo mestiere di artista.
Michele Francesco Schiavon
Autore del documentario
An HARVEY FILM PRODUCTION - ITALY © ALL RIGHTS RESERVED
produced by FLORIANA BIANCHI
director/author MICHELE FRANCESCO SCHIAVON
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Musiche presenti parzialmente nel documentario:
STORTA VA, AMLETO, BUZZILLARE, LA SICILIA, IMPREVISTI, IL DOMATORE DI PULCI,
di Stefano Bollani © Edizioni PRIMA O POI
IO, MAMMETA E TU di D. Modugno e R. Pazzaglia
ACCORDO Edizioni Musicali Srl
IL GIORNO AD URLAPICCHIO,
E GNACCHE ALLA FORMICA, FIORE SECCO IN LIBRO VECCHIO
di Massimo Altomare e Stefano Bollani
© Edizioni Universal Music Publishing Ricordi Srl
IN SEARCH OF TITINA di ENRICO RAVA
© ECM Records GmbH
BAMBINA, PENSIERI IN CASSAFORTE, ASUDA
di Stefano Bollani © Proprietà dellAutore
DOTTOR DJEMBE di David Riondino, Stefano Bollani e Mirko Guerrini © proprietà degli autori
IL BARBONE DI SIVIGLIA di Stefano Bollani
© BAOL MUSIC Edizioni Musicali
EVERYBODY LIKES BOLLANI di Morten Lund e Jesper Bodilsen © proprietà degli autori
Fonico e Supervisore al missaggio: ROBERTO LIOLI
Anno di produzione: 2009
Durata del documentario: 54 minuti
Lingua: Italiano
Formato: DVD video 5 - Colore - 16:9 PAL
Area: 0 (tutti i paesi)
Audio: STEREO
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GLI ARGOMENTI PRESENTI NEL FILM:
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EUROPEAN JAZZ PRIZE
IL PREMIO INASPETTATO
JAZZ EUROPEO E JAZZ AMERICANO
IL MODELLO ITALIANO
IO, MAMMETA E CAROSONE
ALTOMARE E LE FANFOLE
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LA SINDROME DI BRONTOLO
SCRITTURA E IMPROVVISAZIONE
FATEMI FARE IL CINEMA!
ENRICO RAVA
L'AMERICA DI BOLLANI
I VISIONARI
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JESPER E MORTEN
UNA PASSIONE CARIOCA
IL DOTTOR DJEMBE
I PICCOLI FIORI BLU
E LA NOIA?
TITOLI DI CODA |
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Scarica GRATUITAMENTE il file MP3 del brano "Everybody Likes Bollani" creato durante l'intervista del Danish Trio al Flagey di Bruxelles. Il pezzo è nato durante la prova microfoni ed è assolutamente improvvisato da Bodilsen e Lund. Questo spassosissimo, divertente cadeau è gratuito per gli amici nostri e di Stefano. Ti chiediamo, quando puoi e se vuoi, di donare qualche euro a EMERGENCY, WWF, GREENPEACE e AMNESTY INTERNATIONAL o a qualunque altra ONG. Grazie! |
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Alcuni dei personaggi presenti nel documentario dicono di Bollani: |
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Gianluigi Trovesi:
Mah, Stefano
lo conoscevo di fama... ho avuto la fortuna, loccasione tre anni fa per una sua scrittura con il mio Ottetto, lui come ospite, naturalmente, alla Filarmonica di Colonia. Riesce a far diventare interessantissime anche delle cose semplici o delle cose poco importanti. Se oggi un artista ha un respiro europeo, come Stefano, può pensare di lavorare.
Al periodo mio, erano pochissimi, anzi non cerano musicisti che uscivano dai confini italiani, salvo qualche invito, per come me lo ricordo io, delle Case di Cultura, in giro per il mondo.
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Renzo Arbore:
Lultimo album che ho sentito di Stefano è Bollani Carioca. Stefano lho incontrato a Rio de Janeiro, mentre appunto faceva un concerto per i brasiliani e faceva delle cose che non ho mai sentito fare in Italia, meravigliose, stupende, con un grande successo presso il pubblico di Rio. Cè un Tico Tico assolutamente imprevedibile, che ha lasciato stupefatti, perché percorre tutte le tonalità che ci sono nel pianoforte, mescolandole fra di loro, lasciandoti spiazzato e dimostrando anche una perizia ed una preparazione accademica, si dice così, straordinaria, per un artista di jazz. |
Lella Costa:
Che cosè la creatività? La creatività credo che sia questo, sia riuscire a dare una voce udibile, una dimensione visibile, fruibile alle proprie vocazioni, ai propri talenti. Io credo che molte persone abbiano talenti o abbiano vocazioni e non le abbiano sapute riconoscere o nessuno li abbia aiutati a incontrarle o a manifestarle. E questo forse è il crinale che passa tra le persone che sono comunque creative, ma che non riescono a diventarlo in una dimensione pubblica e quelli che invece riescono a trasmettere questa creatività. Se parliamo di Bollani, sicuramente è una delle persone più creative che io abbia mai incontrato.
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Enrico Rava:
Io ho conosciuto Stefano 12 anni fa in un concerto in cui io ero ospite di un trio di giovani: quello che mi ha colpito di più è che suonava benissimo, come suona
continua a suonare benissimo tuttora, suonava già benissimo allora, con una tecnica straordinaria, ma soprattutto una fantasia inesauribile, una conoscenza di una quantità enorme di brani di ogni genere musicale, una memoria
insomma, è il pianista che più mi ha colpito, non so... negli ultimi venti, trenta anni. Ci sono anche critiche che si possono fare, se Stefano fosse tale da non meritare nessun tipo di critica non sarebbe un essere umano. Chiaramente ha dei difetti come tutti, come abbiamo tutti noi. A parte che è talmente divertente a volte, è talmente bravo a imitare i vari cantanti, i personaggi... fa una mia imitazione geniale, ma... lui ha bisogno di farne tante di cose, è fatto così e le fa bene tutte. Può essere anche qualcosa che al limite può andare contro di lui, perché diventa
magari fa una cosa che non corrisponde allimmagine che la gente si è fatta di lui, però vedo che funziona e quindi, dal momento che funziona, diventa un problema essenzialmente mio. Capisco che, se uno riesce a fare queste cose, perché non le deve fare, tutto sommato. |
Ma Bollani che dice? |
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Quei momenti di simbiosi fra Enrico e me, come spesso accade per tutti i momenti di simbiosi fra musicisti, è vero, sono solo nostri, cioè ammetto che sono momenti in cui il pubblico non cè. Non si direbbe, perché Bollani sembra uno che sta sempre pensando al pubblico, ma non è vero, soprattutto se non è da solo e cè un altro musicista si può anche dimenticare del pubblico. E un po come se stessimo facendo lamore davanti al pubblico, ma ci dimenticassimo che cè gente. In pianosolo suono per me stesso, forse non sembra, ma suono per me stesso, di conseguenza suono per quel pubblico che si chiama Stefano Bollani, per cui capto i segnali di me stesso. Ascolto il brano che ho suonato e dico: <dopo cosa mi piacerebbe ascoltare?> Mi piacerebbe ascoltare questo, o.k. Poi chiedo al Bollani pianista: <Ma, Bollani pianista, le va di suonare questo?> <Ma veramente no.> <Ma glielo chiedo per favore.> <Ma guardi le faccio una via di mezzo.> Veramente è sempre un dibattito interno, ma è difficile che stia davvero rispondendo ai segnali del pubblico. Certo, poi cè il famoso mestiere, per cui soprattutto quando parlo, non tanto quando suono, sento un certo tipo di reazione del pubblico, calco da una parte, se vedo che la battuta ha funzionato, oppure mollo e passo ad unaltra cosa, se vedo che non ha funzionato. Poi nel bis, quando gioco col pubblico e faccio il medley con i brani a richiesta, quello è chiaramente un braccio teso, una porta sempre aperta, la mano sempre tesa, come direbbe Johnny. Per cui quello è un modo di dire: adesso giochiamo insieme, venite sul palco, vi tiro sul palco, eccetera. Però, durante il concerto, sono molto concentrato su me stesso ed è già un gran lavoro, devo dire.
Io ho cominciato ascoltando Oscar Peterson, poi Art Tatum, poi finalmente Luca Flores è riuscito a convincermi ad ascoltare Bill Evans, che, secondo me, era uno noioso, perchè suonava poche note, pochi accordi, eccetera. Poi ho sempre cercato di tener presente il primo problema di chi suona jazz, di chi improvvisa, di chi inventa, anche di chi parla e inventa una risposta: lhorror vacui, la paura che se fai una pausa o se non dici un concetto importante immediatamente o se non tieni sveglio lascoltatore alzando la voce, dicendo una parolaccia o una cosa forte, lascoltatore se ne vada, sannoi, non si ricordi di te. Sto cercando di lavorarci, insomma, da tanto. A me i virtuosi non piacciono molto, oggi come oggi. Nel senso che preferisco uno che con tre note fa una cosa interessante a uno che fa duemila note. Però essendo un musicista che ha studiato la musica, che si è preso il diploma, è ovvio che un occhio al lato tecnico anche di qualsiasi musicista si ascolti, lo butto sempre. Per fortuna invece ho lavorato con tante persone, totalmente diverse da me, e che sono autodidatte. Da Marco Parente, Enrico Rava fino a Irene Grandi, fino a non so
a tanti altri. Lo stesso Pat Metheny, per esempio, non legge benissimo la musica, suona alla grande, ma non legge molto bene lo spartito. Ho capito che ci sono mille modi di arrivare alla stessa cosa e il virtuosismo non è decisamente il più interessante.
Ah, io, come tutti quelli che giocano, gioco abbastanza seriamente. Però di solito sono disponibile al gioco altrui. Se qualcuno mi sposta le carte in tavola e cambia le regole sul momento e se quel qualcuno è un amico e un musicista con cui collaboro, di solito non faccio storie, anzi. Mi è capitato raramente, alla fine di un concerto, di spiegare a uno dei musicisti che cosa non andava bene, perché credo:
a) che abbiano tutti lintelligenza per capirlo o che probabilmente gli ho lanciato unocchiata talmente evidente, durante il concerto, che non cè bisogno di ripeterglielo;
b) credo anche che a volte dallerrore nasca la possibilità di inventare qualcosa, perché se io avessi anche un discorso preparato, magari funzionerebbe e sarebbe bello, ma non mi divertirei, non imparerei nulla.
Io imparo anche oggi, anzi, molte volte, le opinioni me le formo parlando, questo vuol dire che più che essere intransigente, sono severo con me stesso, ma di solito cerco dagli altri gli errori per poter poi lavorarci insieme. A volte mi incazzo, ma questo, insomma, penso che valga per tutti, no?
Io penso ai progetti nuovi durante le pause. Le pause per me sono i viaggi. Cioè quando sono in macchina, in aereo, in treno, quando non mi suona il telefono, quindi soprattutto in aereo, se non mi addormento, perché, purtroppo, la vita del musicista è un po convulsa. È difficile trovare il tempo per sedersi e pensare. Da ragazzino, avevo tutto il tempo del mondo ma dopo, crescendo, non ho più il tempo per pensare alla musica. Per cui devo dire che la maggior parte delle idee che realizzo ce le avevo già in adolescenza. Forse anche il dott. Jembe, per esempio, il disco sui fiori blu di Queneau, lidea di fare un disco con il concerto pianoforte e orchesta, lidea di lavorare con Caetano Veloso, o di scrivere una colonna sonora, sono tutte cose che, in fondo, avevo già in mente verso i diciassette, diciottanni.
Non mi faccio nessun problema a scomporre e ricomporre una qualsiasi cosa, tranne forse con alcune cose di musica classica, perché veramente lì lincastro è talmente preciso, che estrapolare una melodia o estrapolare un accordo non ha nessun significato. E come prendere una parola del discorso di Martin Luther King. Se io prendo solo dream è chiusa. Se prendo I have a dream ancora ancora, ma in realtà non ho ancora chiarito nulla. Devo prendere tutto il discorso per spiegare a un ragazzo che cosa ha detto Martin Luther King. La stessa cosa vuol dire scomporre Bach, scomporre Beethoven, scomporre Prokofev. Ma scomporre una canzone, uno standard o anche alcuni brani classici meno impegnativi dal punto di vista formale, ma più deffetto, può essere interessante e non mi faccio problemi che sia vivo o morto lautore, perché tanto comunque è una mia versione di una cosa, non pretendo certo che sia meglio delloriginale. Non è questione di rendere più bella una canzone, ma è quella di usarla per fare qualcosa di tuo.
Cosa penso dellironia? Penso che lironia sia una bellissima cosa se accompagnata anche dal prefisso auto e quindi autoironia. Se è solo ironia, rischia di cadere nel sarcasmo e nel giudizio che dai sugli altri in maniera tagliente.
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